avanzi

quel che resta di un diario, prose, versi e altri avanzi

mercoledì, 10 agosto 2005

La Bertolina e il Moro (sedicesima puntata)

(Ho deciso di postare tutta in una volta la prima parte del libro, perchè temo di non poter dedicare tempo al blog prossimamente. La seconda parte era quella riguardante le mie estati di bambina alle due cascine ma , se pur in modo incompleto, vel'ho già fatta leggere tempo fa, quindi non la riprendo.
Grazie a tutti quelli che mi hanno segiuto fin qui: un forte abbraccio, con la speranza di rifarmi viva fra un po'.
bertolina)

                                                                                        ----------------------

 

Gli orrori della guerra, che avevano sconvolto Cichìn durante la campagna di Libia, nelle sue lettere a  

Piera non compaiono.

Eccone alcuni brani.

 

 

 

 

 

 

Tobruk, 7-10-1935

 

 

 

Cara sorella,

 

la tua non mi è giunta inaspettata: ci conosciamo troppo bene noi due. La leggo spesse volte e tutte le volte mi viene il nodo alla gola.

 

Quando il cuore parla al cuore non può essere diversamente.

 

I miei nipotini poi li ho sempre davanti agli occhi. D’altra parte searebbe impossibile diversamente perchè sono tutt’uno coi miei figli! Le fotografie loro e di tutti voi le ho sempre con me e non passa giorno senza che debba guardarle!

 

Presto ve ne manderò poi qualcuna delle mie. Chissà come mi troverete! Qui dicono che mi sono irrobustito di più e che sono forte come un cannone. Tra i miei colleghi sono forse davvero il più ben messo!

 

Sto tutto il giorno in camicia e sono nero come un carbone. Si vede che il sole africano mi fa bene!

 

I soldati e specialmente gli arabi, militari e borghesi, mi rispettano e mi temono perchè certamente devo sempre avere un viso molto  severo. Gli eritrei (abbiamo molti ascari) ancora di più perchè loro sono timidi per natura.

 

Dai superiori sono molto ben visto e non ho da lamentarmi di nulla.

 

Quaggiù penso ancora di più allo zio Cichìn che forse proprio qui ha combattuto.

 

Saluti e baci a tutti, in particolare alla mamma.

 

                                                                                         Pino

 

 

 

 

 

 

 

Tobruk, 8-10-1935

 

 

 

Caro Piergiacomo,

 

mi viene in mente che quest’anno devi andare a scuola e che forse da qualche giorno hai già cominciato.

 

Io dovevo comprarti l’astuccio per la penna, la gomma e la matita, ma non ho potuto perchè sono andato a soldato. Te lo comprerà la zia Maria, vero?

 

Quando poi sei capace a scrivere bene mi mandi una cartolina, siamo d’accordo? Non scrivere però la parola asino se no io piango.

 

Qui ci sono tanti bambini alti come te e Roberto che sono neri neri. Non vanno a scuola, sono sporchi, non si lavano mai e stanno tutto il giorno in mezzo alla strada.

 

Voi invece dovete essere sempre buoni.

 

Saluta tanto la mamma e il papà, la nonna Maria, il nonno Pietro e dai un pizzicotto a zia Olga.

 

                                                                        

 

 

 

 

 

 

 

Daghen, 25-2 1936, XIV

 

 

 

Cara sorella ,

ecco un’occasione, che sfrutto subito, per scriverti.

 

Mi trovo col mio capitano a Quihè per delle commissioni al comando del primo corpo d’armata.

 

Vi è un’ora da aspettare e mentre lui con la balilla va in giro io cerco di raccogliermi un po’ e nel tuo nome comunicare con voi tutti. Una lettera a te era il mio debito più assillante. Eppure, voi penserete che io esageri, non ne ho mai avuto il tempo.

 

La vita scomoda che conduciamo non ci consente, nelle ore libere dal servizio, di evadere i bisogni e i desideri che ci sono abituali. I ritagli di tempo si adoperano per mangiare e per dormire...e ne ha molto discapito anche la nostra pulizia personale.

 

Gli scritti così riescono sempre affrettati e nervosi.

 

Ora poi in tutti i reparti serpeggiano l’attesa e i preparativi per la partenza. Altre terre si sono aggiunte alle vecchie ed occorre occuparle. Uno per volta si parte tutti e quanto prima in camion si marcerà trionfalmente sino ad Addis Abeba...Se questo avverrà passeremo nuovamente le vacanze estive assieme, al Moro!

 

Dunaue io ho già avuto tre tue care, che, benchè attese, in parte mi sono giunte inaspettate, graditissime e apportatrici di bene e immenso conforto. Il ricordo, l’affetto, la corrispondenza e la vicinanza dei nostri cari sono le munizioni che più hanno valore in questa, più che altro faticosa, guerra.

 

Il governo però fa di tutto per alleviare materialmente ogni disagio. Al soldato giornalmente non manca il conforto del latte, del vino, del cognac e della marmellata. Noi come ufficiali stiamo meglio ancora.

 

Certo che questo ingoiare giornalmente roba scatolata porterà le sue conseguenze. Verdura e frutta fresca neanche l’ombra..

 

Gli occhi poi non vedono altro che montagne, pietre e prati ravvivati dal traffico (specie dove mi trovo io) degli aeroplani, camion, muli, cammelli, asini, cannoni, soldati bianchi e neri, motociclisti porta ordini che filano come centauri in mezzo al polverone continuo.

 

A tenere compagnia a tutto questo movimento della guerra  locale non vi è altro che il contemplare estatico di qualche abissino che seduto su qualche promontorio avviluppato nel suo sciamma sta immobile per delle ore a seguire tutto l’andirivieni ed il volo placido e calmo di un’infinità di uccellacci (corvi, aquile, avvoltoi, condor) che di tanto in tanto scendono  a lacerare  le carogne di cammelli e muli che si trovano in ogni luogo.

 

Se ci si astrae da tutto questo si ha l’impressione di un qualcosa di grandioso e di immenso tanto si resta colpiti dai larghi tratti coi quali la natura ha delineato questi siti.

 

Monti , affatto diversi dai nostri, di un’imponenza mai vista, vallate perdentesi a vista d’occhio, il tutto contornato da un’atmosfera che ha un certo che di estatico che ti colpisce profondamente.

 

I pochi abitanti , con le loro capanne, che si vedono solo facendo uno sforzo di volontà, non dovevano disturbare affatto questo paesaggio semiapocalittico ed il silenzio e la calma che vi regnavano dovevano essere semplicemente spettacolosi.

 

Ora tutto è finito. Migliaia di camion corrono giorno e notte facendo rombare coi loro possenti motori le susseguentesi vallate, decine di migliaia di operai lavorano febbrilmente lungo le strade che  belle e grandiose salgono e scendono arditamente i presuntuosi monti senza cima; infinite colonne di soldati percorrono, camminando sempre verso il fronte, col canto e il sorriso sulla bocca, le contrade che quanto prima cominceranno anche loro a vivere la vita della civiltà e di quello che c’era prima di questo luogo potrà farsi un concetto solo la fantasia di qualche estroso romantico o poeta...

 

Ecco i siti in cui vive tuo fratello...

 

Mi viene naturale la considerazione che tutta l’Africa debba avere questo senso di grandiosità in ogni sua parte.La Cirenaica, pur nella sua sostanziale differenza, faceva fare al mio spirito le stesse considerazioni.

 

Io sono qui come sperduto in mezzo alla mia solitudine o in mezzo alla baraonda più grande a seconda del punto di vista con cui si considera la mia posizione, mentre voi vivete sempre la vita che da qui io intravvedo e materializzo come una ruota che col suo girare continuo non permette un attimo di sosta... Pensieri, fatica, dolori, ansie, intoppi, contrarietà che si susseguono continuamente...

 

Tu come me ricevi da ognuna di queste sensazioni un contraccolpo maggiore di quello che avviene in generale e il tuo cuore sensibile ne ha delle ripercussioni più forti che fanno sentire maggiormente la pena o la gioia che ne derivano.

 

Vorrei esserti di aiuto, vorrei dirti, come dico sempre anche a Maria, di essere serena. Non è poi tutto così nero, attorno a noi, come pensiamo che sia.

 

Mandami sempre buone notizie del papà, della salute di tutti e tua in particolare.So che voi tutti siete in pena per me. Maria in particolare modo vedo che vive una vita agitatissima e ciò mi addolora molto.

 

Io in contraccambio  sto benissimo. Il vento, che c’è quasi sempre, non mi procura più mal di stomaco; la polvere, sua compagna, non mi fa arrossire gli occhi, le fatiche non le sento; il lettino mi sembra soffice e quel che più conta il mio spirito è forte e mai come ora mi sono sentito padrone di me stesso e quando il mio pensiero si rivolge al cielo lo faccio con maggior devozione e con una persuasione sempre più profonda.

 

Abbiti il mio saluto e scrivimi sempre.

 

                                                                                       Pino

 

 

 

 

 

 

 

Mai Cen 7-9-1936

 

 

 

Cara sorella,

 

due righe di accompagnamento a questo foglio razziato, fra l’altra roba, nel ghebbì imperiale di Dessiè.

 

Come vedi i colori  vivaci ed antipatici sono i preferiti dalla gente primitiva.

 

Maria mi ha dato notizia dell’operazione delle tonsille di Piergiacomo facendomi notare anche il coraggio ed il giudizio del tuo ometto. Immagino la tua preoccupazione: ormai però è fatta e ne sarai pienamente contenta.

 

Attendo notizie da Angelo circa le sue intenzioni di affari quaggiù: pensa un po’ se fosse stato richiamato anche lui! Il Signore ci ha proprio aiutato.

 

E’ un anno ormai che sono via da casa e io sto bene, nonostante il disappunto della continua protrazione della data del nostro ritorno, che la fantasia non si stanca mai di fissare.

 

Sarò a casa per Natale!

 

Parlerete di me ai bambini che ricordo sempre e direte loro che ho incontrato Gesù Bambino nel deserto in groppa ad un cammello e mi ha promesso che porterà tanti regali se saranno stati buoni. Colla speranza di rivedervi presto affettuosamente vi bacio

 

                                                                                       Pino

 

 

 

 

 

 

 

Nefasit, 2-3-1937

 

 

 

Pierina,

 

forse siamo veramente al termine dell’avventura!

 

Non è per dire la mia gioia o l’ardente attesa che sto scrivendo ma per chiedere, a conforto della mia coscienza, un consiglio ed un piacere.

 

Maria vorrà naturalmente, come è sempre stato pure mio ardente desiderio, essere presente al mio arrivo; siccome però questo,  come già le ho scritto , sarà  a Napoli, non vorrei che fosse cosa troppo disagevole la sua presenza, data la distanza che si deve superare.

 

Tu devi consigliarla quindi anche a nome mio tenendo presente il suo stato di salute che dalle sue ultime ho capito non essere troppo buono.

 

Se la decisione sarà quella di venire a Napoli l’accompagnerete almeno tu e papà o tu e Angelo.

 

Grazie per quanto ti chiedo ora e con un arrivederci a presto ti bacio affettuosamente

 

                                                                                       Pino

 

 

 

 

 

 

 

Questa volta Pino ritornò davvero e a Napoli trovò ad attenderlo  non solo Maria, Angelo e Piera, ma anche tutti i bambini, e fu un momento di straordinaria emozione: lacrime, sorrisi, parole mescolate senz’ordine nell’impazienza di chiedere e raccontare, guardare e toccare , recuperando in gran fretta tutto il tempo perduto.  Pino non poteva che abbracciarne uno alla volta, così gli altri , incapaci di aspettare il proprio turno, finirono per abbracciarsi tra di loro...

Anche Aldo fece ritorno dall’Etiopia: sposò Giacomina, che l’aveva atteso con tanta costanza, e la portò a Massaua, dove sperava di poter proseguire, da civile, il lavoro che aveva svolto durante la guerra come trasportatore d’acqua.

Ma i guadagni non compensavano i disagi di una vita troppo diversa da quella cui entrambi erano abituati e, dopo alcuni mesi, decisero di rientrare in Italia.

Alla Bertolina, intanto, in quegli anni, si erano festeggiati i matrimoni delle quattro ragazze: Pasqualina aveva sposato un calzolaio andando ad abitare con la suocera in una cascina poco lontana, mentre le altre tre se ne erano andate da Carpeneto.

Dolorina e Luigina a Genova, sposate a Paolo e Nino, entrambi impiegati delle Ferrovie, e Albertina

a San Remo col marito Giovanni, impiegato del Comune.

Delle nozze di Luigina resta una fotografia esilarante in cui gli sposi sono ritratti a figura intera, sull’aia della Bertolina; tagliato fuori solo un piccolo particolare, la testa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo sesto

 

 

 

 

 

 

TRA TEDESCHI E PARTIGIANI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale sia il Moro sia la Bertolina subirono altre  modifiche.

Il Moro venne ingrandito da Pidrìn, che ormai vi trascorreva gran parte dell’anno, con l’aggiunta di due stanze sul retro cui corrispondevano, al primo piano, due camere da letto e, finalmente, un bagno, mentre Angelo ebbe da Cumìn il permesso di trasformare in abitazione , per i soggiorni estivi della sua famiglia, la parte della casa che era stata costruita alla fine degli anni Venti come stalla e fienile.

Furono ampliamenti che di lì a poco si sarebbero rivelati preziosi: dopo l’inverno del 1944 e il violento bombardamento che nell’aprile aveva colpito Alessandria, Angelo e Pino che, dopo aver preso parte alla campagna di Russia, era fortunosamente scampato alla ritirata, decisero infatti che non sarebbe stato prudente affrontare un altro inverno in città.

Così, come molte altre famiglie alessandrine che avevano la fortuna di avere una casa in campagna, dopo l’estate rimasero sfollati a Carpeneto.

A proposito della campagna di Russia, va detto che anche in questa occasione, come anni prima in Etiopia, Pino dovette far ricorso a tutto il suo ottimismo per non perdere mai la speranza di rivedere i suoi cari: pochi anni fa raccontava ancora come, durante la ritirata, sbandati e privi ormai di collegamenti con il resto dell’esercito, arrivati ad un bivio, gli fosse toccato decidere quale strada imboccare, senza altra certezza salvo quella che su una delle due li attendeva il nemico.

Non se la sentì di decidere per tutti e lasciò liberi i suoi soldati di seguirlo o meno: la compagnia si divise e quelli che se ne andarono in direzione opposta alla sua finirono uccisi dai Russi.

Ogni volta che lo raccontava si commuoveva sulla loro sorte e sulla propria incredibile fortuna.

Del primo anno trascorso in Russia ci restano queste lettere spedite alla sorella e ai nipoti:

 

 

 

 

 

 

9-7-1942.XX

 

 

 

Cara Piera,

 

ho ricevuto la tua parecchi giorni fa e se lì per lì ci sono rimasto male perchè non era accompagnata da almeno una di Maria, mi ha poi fatto più piacere ancora perchè infine a mezzo tuo il filo che  tiene legati noi quaggiù con la nostra famiglia non era del tutto spezzato.

 

Dico almeno una perchè la posta fin’ora non funziona regolarmente per noi che siamo appena arrivati e quindi parecchie lettere sono in circolazione. Siamo in movimento e il servizio di distribuzione non funzionerà certamente durante il medesimo.

 

Ho scritto parecchio a tutti ed anche a te che ti lamenti. Probabilmente però, come temevo, diversa posta non sarà arrivata perchè contenente nomi di località e quindi cestinata dalla censura.

 

Inoltre durante il viaggio non sempre ho potuto imbucare regolarmente e quindi alcune lettere saranno andate disperse.

 

Pel tuo onomastico non ho potuto farti un telegramma ed ho dovuto accontentarmi di una cartolina che ti avrà dimostrato almeno che il ricordo l‘ho avuto.  Così per il papà.

 

Ti ringrazio del libro, che leggerò volentieri. Nel libro ho trovato la letterina dei ragazzi e le fotografie, il tutto graditissimo.

 

Noi soldati si vive quasi esclusivamente di ciò.

 

Fino ad ora ce la passiamo benissimo perchè siamo ancora parecchio indietro. Viviamo accampati passando da un paese all’altro.Cambiamo così spesso dimora provando l’ospitalità di queste popolazioni che si dimostrano buone e rispettose.

 

Sono assai caratteristiche le abitazioni e le usanze: avremo molto da raccontare al ritorno.

 

Tanti baci a tutti, in particolare a Giorgio: faccio conto sulle sue preghierine che mi porteranno certamente fortuna.

                                                                                   Pino

 

 

 

 

 

 

28-10-1942, XX

 

 

 

Caro Piergiacomo,

 

rispondo un po’ in ritardo alla tua lettera.

 

Avete finito le vacanze e vi accingete a passare il nuovo anno di lavoro pieni di buoni propositi.

 

Io non ho programmi da svolgere e nemmeno preventivi da fare; devo solo compiere il mio dovere per far sì che la guerra finisca presto e bane.

 

Una cosa però vi è che ci accingiamo a superare: l’inverno che , se pur stenta a venire, (il tempo è ancora bello) ci sarà e come.

 

Nella plaga ove siamo noi il freddo raggiunge i 52 gradi sotto zero e questa prospettiva ci tiene un po’ sbigottiti. Saremo però ben vestiti, ben nutriti e resisteremo bene.

 

Tanto perchè possa farti un’idea di che cosa siano i 50 gradi sotto zero sappi che a quella temperatura gelano persino le scarpe che si hanno ai piedi le quali si induriscono e non permettono più di piegare il piede. Se tu le volessi piegare per forza si spaccherebbero rovinandosi.

 

E’ per questo motivo che i Russi d’inverno calzano i loro caratteristici gambali di feltro oppure di lana chiamati “kalenchi”. Come copricapo, sempre d’inverno, i Russi portano la “cacciula”, un berrettone di pelo che si può tirare giù e ricopre quasi tutto il viso.

 

Io mi sono provvisto di tutti e due questi indumenti e mi vedrai poi in fotografia vestito da russo.

 

Ringrazia la mamma per le sue frequenti lettere.

 

Dirai pure al papà che ho ricevuta la sua del 6 corrente e che ho gradito assai tutte le notizie. Che per l’automobile mi rimetto a lui e che per intanto continui a tenere le tremila lire. Che lo ringrazio tanto della lampadina e di tutto quello che fa per me.

 

Carbone qui non ne abbiamo. Le case russe che noi abitiamo si scaldano però molto bene anche con la sola legna. Sono fatte apposta per questi freddi e il loro camino centrale le scalda completamente.

 

Dobbiamo abitare per forza nelle case dei Russi, altrimenti non si resisterebbe; almeno così dicono quelli che hanno passato l’altro inverno qui.

 

Non tornerò in tempo a vedere le vostre votazioni sugli albi delle vostre scuole. Se tutto andrà bene sarà pel Natale del prossimo anno.

 

Vi bacio tutti, specie quel monellaccio di Giorgio.

 

                                                                                      Zio Pino

 

 

 

 

 

 

 

2-12-1942,XX

 

 

 

Cara Piera,

 

la solennità delle feste che saranno fra pochi giorni fa sì che io debba trovare il tempo per scriverti.  Queste solennità costringono il nostro cuore ad aprirsi;  ci fanno sentire maggiormente il desiderio dei nostri cari, specie se, come nel mio caso, si è così lontani.

 

Ancora una volta mi tocca di passare in terre lontane e inospitali il Santo Natale. E’ sfortunata in ciò la mia famigliola e ancora una volta il mio cuore deve farsi forte; forte come il mio fisico che,

come ha resistito ai calori dell’Africa, sa resistere ora benissimo ai freddi della Russia.

 

I tuoi figli, dal marmocchio allo studente, hanno voluto inondarmi di purissima liquerizia nel pacco or ora ricevuto da casa. Fa forse bene contro il freddo ?!

 

Come sapete da Maria da qualche giorno mi sono spostato di una trentina di chilometri verso il fronte, che però è ancora lontano.

 

La nuova località è ancora più inospitale e ho molto più lavoro. Meglio così, d’altra parte.

 

Da un mesetto si vive in un altro mondo. Tutto è bianco e tutto il traffico, salvo i nostri camion, è fatto con slitte. Anche noi dell’esercito ne siamo dotati ed anche il traffico militare è fatto a base di slitte.

 

Il nostro reparto, che è dei più piccoli, ha quattordici cavalli.

 

Abbiamo un discreto freddo fuori (assai facilmente a -20) e molto caldo in casa.

 

Vi ringrazio tutti per i frequenti scritti.

 

Vi auguro un buon Natale e vi bacio affettuosamente.

 

                                                                             Pino

 

 

 

 

 

Se quello del ‘42  fu un Natale un po’ triste per l’assenza di Pino, quello successivo fu addirittura angoscioso : le lettere si diradarono finchè fu del tutto impossibile tenere dei rapporti epistolari regolari, mentre per altre vie giungevano notizie sempre più drammatiche sulla situazione del nostro esercito in Russia.

Fu allora che Maria decise di fare due voti alla Madonna: il primo la impegnava a costruire, se Pino  si fosse salvato, un capitello con un crocefisso a futura memoria della grazia ricevuta; il secondo, esteso a tutta  la famiglia, a compiere un pellegrinaggio a piedi da Carpeneto fino al santuario della Madonna delle Rocche, distante una quindicina di chilometri .

Il primo voto venne immediatamente sciolto al ritorno di Pino e ancor oggi, all’incrocio fra lo stradone e il sentiero che portava alla casa  del vecchio Batest, segnando il confine della proprietà del Moro, si può ammirare il crocefisso di legno su cui è dipinta la scritta: “Dio protegge chi confida in lui”.

Del secondo parleremo più avanti.

Ma torniamo alla decisione di rimanere sfollati a Carpeneto dopo l’estate del ‘44.

La più contenta di tutti era Marietta, che non intendeva più passare intere notti seduta come l’inverno precedente.

Non concependo, infatti, di scendere nel cosiddetto “rifugio” antiaereo (in realtà una qualunque cantina in cui, in caso di bombardamento, avrebbero fatto una misera fine) in camicia da notte - cosa avrebbe detto la gente...- e non avendo il tempo di rivestirsi quando suonava l’allarme, aveva deciso di non coricarsi neanche più e di aspettare già pronta il suono della sirena, seduta sulla cassapanca dell’ingresso, con tanto di borsetta, cappellino e scarpe coi tacchi.

Appena arrivata al Moro, quell’estate, aveva ripreso a dormire e non le pareva vero.

Fu un’estate molto laboriosa per tutti: alle solite occupazioni si aggiungevano quelle straordinarie imposte dalla guerra.

Marietta aveva imparato a fare il pane in casa e si occupava di dodici oche e una scrofa. Le oche venivano mangiate nelle grandi occasioni e la scrofa, dopo aver partorito dodici maialini, venne uccisa per ricavarne salame e sapone, anche questi fatti in casa.

Olga e Mimma davano una mano in queste faccende domestiche, mentre Maria, con Pidrìn, metteva a punto la strategia difensiva contro le frequenti razzìe sia tedesche sia partigiane.

Il camioncino rosso e giallo di Pidrìn era tenuto in cortile senza ruote: se passavano i Tedeschi si diceva che le avevano requisite i partigiani e viceversa. In realtà erano nascoste nel fienile e venivano utilizzate solo al momento opportuno.

Avevano numerose biciclette, ma, nonostante i loro sforzi, almeno tre vennero portate via dai Tedeschi.

Non vennero invece mai trovati i soldi che i due avevano nascosto in una damigiana in cantina e, per fortuna, non furono mai utilizzati i pietroni che avevano preparato in camera da letto, al primo piano, vicino alla finestra, pronti a lanciarli di sotto in caso di grave pericolo.

Il gioco che gli adulti si erano abituati a reggere con una certa disinvoltura a che consisteva nel non dare niente a nessuno facendo buon viso a tutti, non poteva essere compreso in tutta la sua delicatezza dai ragazzi, che più di una volta crearono situazioni rischiose.

Tuccio, che era stato istruito a suonare con la fisarmonica, sul cancello, “Bella ciao” o “Lilì Marlen”a seconda che passassero i partigiani oppure i Tedeschi, rimase decisamente interdetto la mattina che si vide davanti un drappello di soldati piccoli e gialli, dagli occhi obliqui, che lo urtarono senza tanti complimenti per farsi largo ed entrarono in casa.

Erano Mongoli, arrivati non si sa come fino a Carpeneto: Maria, che ne conosceva la fama di predatori feroci, stava tornando di corsa dalla cantina dove era andata a prendere i salami, disposta questa volta ad offrire loro tutto quello che aveva purchè se ne andassero in fretta, quando dalla scala che portava al piano superiore vide scendere, avvolte nelle loro fluttuanti vestaglie, Olga e Mimma, incuriosite dalla novità.

Ebbe un attimo di panico, sibilò loro fra i denti ma in tono perentorio di tornarsene immediatamente di sopra e pregò Dio che qualcosa rompesse quel silenzio sospeso che era calato nella stanza: il buon Dio mandò Pidrìn con tre bottiglie di vino in una mano e due polli nell’altra e poi una voce, dallo stradone, che urlava ordini in una lingua sconosciuta.

I Mongoli afferrarono tutto quello che poterono e in un attimo furono di nuovo  sul cancello; Maria si sedette su una sedia , senza dire una sola parola,  e si ravviò lentamente i capelli con le mani.

Se, al Moro, quelli da tenere d’occhio erano i ragazzi, alla Bertolina le cose erano ancora più complicate, perchè Cumìn aveva, da bravo socialista e con la sua solita intransigenza, fatto una precisa scelta di campo e si sarebbe fatto ammazzare piuttosto che dare anche solo una fetta di salame ai fascisti e ai loro alleati.

Era lui, dunque, da controllare, per evitare che succedesse il peggio.

Ma evidentemente quella autorità e quel rispetto che riusciva a incutere da sempre in chi lo conosceva  faceva presa anche sugli estranei, perchè per ben due volte riuscì a farsi restituire dai Tedeschi ciò che gli avevano preso e cioè diecimila lire  estorte a Dolorina e la “cipolla” da taschino che aveva ereditato dal nonno Domenico e a cui era affezionatissimo.

In compenso dovette cedere, se pur a malincuore, una bicicletta ai partigiani.

Anche alla Bertolina ci fu un momento di panico il giorno che i Tedeschi volevano portar via Piergiacomo: avevano deciso, a occhio, che doveva avere diciott’anni e non volevano sentire ragioni.

Piera cercava disperatamente la tessera di avanguardista, su cui compariva la data di nascita, ma, spaventata com’era, non riusciva a trovarla.

L’ufficiale tedesco comparve sulla porta della cucina e il suo sguardo freddo, di un azzurro chiaro, non lasciava dubbi sulle sue intenzioni: non avrebbe concesso altro tempo.

Poi, improvvisamente, guardò verso il piccolo soggiorno e cambiò espressione: si avviò lentamente in quella direzione e si sedette al pianoforte. Lo aprì, tolse con cura la striscia di panno verde che ricopriva la tastiera e cominciò a suonare. Non durò che pochi minuti, poi si alzò, chiese a Pirgiacomo “Suona tu?”, lui fece un cenno affermativo con la testa, l’ufficiale chiuse il pianoforte, poi chiuse la porta, chiamò i suoi uomini e se ne andò.

Un’altra volta furono Annetta e Marietta, che tornavano insieme dal paese dopo la messa delle nove, a essere rastrellate dai Tedeschi con un gruppo numeroso di altre persone.

Qualcuno che le aveva viste e riconosciute diede l’allarme alle cascine e Cumìn e Pidrìn si misero in marcia senza dire una parola, temendo il peggio; ma quando arrivarono in vista della grande croce in ferro battuto all’altezza del cimitero videro che il gruppo di persone che vi era stato radunato intorno si stava sciogliendo.

Solo tre uomini e una donna, affiancati dai Tedeschi, venivano condotti verso il paese; gli altri, più in fretta che potevano, si allontanavano in direzione opposta e tra questi anche Marietta e Annetta.

Si abbracciarono , zitti, e tornarono tutti e quattro verso casa, guardando dritto davanti a loro: era una di quelle giornate limpide in cui, all’orizzonte, si staglia netta la sagoma del Monviso.

A perte questi momenti di paura, la vita alle cascine si svolgeva in modo abbastanza regolare e tranquillo, salvo la maggior facilità di Pidrìn e Cumìn a perdere la pazienza;  ne facevano le spese soprattutto i ragazzi che i due nonni, in nome di un inderogabile intento educativo, volevano vedere sempre impegnati in utili lavori manuali.

Così, sfuggendo a Pidrìn che li mandava sul tetto a inchiodare le travi sconnesse  e si mostrava insensibile alle dita tumefatte dalle martellate, si rifugiavano alla Bertolina, dove Cumìn, sempre perchè non diventassero dei  “plandròn” ( perdigiorno) li obbligava a segare la legna.

Nelle ore in cui riuscivano a sottrarsi a queste sevizie correvano giù nella valle dove giocavano al pallone, tiravano con la fionda o inventavano, complice un fantasioso compagno di giochi di nome Umberto Eco, complicati scenari di guerra.

Un giorno che Piergiacomo aveva esitato a obbedire a un ordine di Pidrìn, questi gli intimò di andare a riempire  un secchio d’acqua alla pompa, se lo fece portare e, senza proferire verbo, glielo rovesciò in testa. Naturalmente agli scatti d’ira alternava, com’era nel suo carattere, la vena ironica; come quella volta che ancora Piergiacomo, durante un gioco guerresco, finì, indietreggiando, dentro un mastello pieno d’acqua e, al grido “Tradimento, tradimento!” sentì il nonno fargli eco: “Tradimento, tradimento, ci ha bittato il culo  andrento!” (“Tradimento, tradimento, ci ha messo il culo dentro!”).

E, di lì a poco “ Grand e gross, ciula e gaioff!” ( “Grande e grosso, buono a niente e imbranato!” ).

Solo Marietta rimaneva comunque imperturbabile di fronte agli sactti del marito: un giorno che, al colmo del furore perchè era stato disturbato mentre ascoltava Radio Londra, Pidrìn prese un piatto da portata, di quelli ovali, e lo sbattè per terra facendolo andare in mille pezzi, lei, calmissima, sibilò: “In sì bel piat!” (“Un piatto così bello!”).

Quella volta Pidrìn inforcò il suo moschito e fece un gesto plateale, inscenando una fuga fino a  Genova, dove, il giorno dopo, su indicazione di un compaesano che lo aveva  avvistato,  venne rintracciato, seduto pensoso al tavolino di un bar, dal genero Angelo e convinto  a  tornare.

Olga, che i nipoti chiamavano “zietta” data la non grande differenza d’età che li separava e la sua propensione a partecipare ai loro giochi, specie se maneschi, quell’estate studiava il francese, seduta sotto il gelso con Mimma, alla quale era stato proibito da un giorno all’altro  di prendere parte alle scorribande dei cugini nella valle e insegnato, sostitutivamente, a ricamare.

Nessuno pensava che, quando Olga ripeteva ad alta voce le sue lezioni, l’ultranovantenne Rusìn stesse ad ascoltare e rimasero tutti di stucco quando una sera, durante la sua abituale operazione di chiusura del pollaio, la sentirono intimare alle galline: “Allez, allez a la maison, vit, vit !”

Rusìn era ormai molto stanca e si lamentava soprattutto del mal di piedi: i dolori alla schiena, che l’avevano tormantata per tanti anni, erano da tempo cessati e, se pur piegata ad angolo retto, riusciva ancora a camminare speditamente.

Ma i piedi, la sera, erano gonfi e le dolevano: così aveva preso l’abitudine di cenare tenendoli a bagno nell’acqua tiepida, sotto il tavolo, prima di coricarsi fra le candide e ruvide lenzuola di canapa.

Era completamente senza denti, ma aveva delle gengive così robuste che riusciva a rompere il guscio delle noci senza far ricorso ad altri strumenti.

A parte le sue visite al pollaio, in casa non faceva più quasi niente, salvo il fuassìn, una sottile sfoglia di pane che metteva a cuocere sulle braci del camino o sul coperchio della stufa.

Quell’estate la stanchezza si faceva sentire sempre più spesso, finchè un pomeriggio, verso le quattro, nonostante tutti cercassero di persuaderla che era troppo presto e che avrebbero potuto sostituirla loro più tardi, decise  che doveva assolutamente “bitè a drumì ‘l galinne”( mettere a dormire le galline ) perchè voleva andarsi a coricare e non poteva permetterselo se prima non aveva chiuso il pollaio.

La lasciarono fare e la stanchezza le giocò un brutto tiro: si dimenticò di ripetere la giaculatoria che rivolgeva a Gesù tutte le sere da novantacinque anni  (Caro Gesù mi metto nelle tue mani, tienimi stretta fino a domani ) e lui ne approfittò per portarsela in Paradiso.

Finita l’estate, dopo un autunno particolarmente breve e piovoso, venne l’inverno.

Alla Bertolina, a casa di Cumìn, si era rifugiata anche Dolorina, portando con sè, oltre ai due figli, Carlo ed Anna, anche il suocero, che abitualmente viveva con loro a Genova.

Il marito Paolo arrivava il sabato sera, mentre Angelo, avendo da percorrere solo trenta chilometri e disponendo di un’automobile ( a coronamento dei suoi sogni  infantili aveva da tempo rilevato infatti la concessionaria della Bianchi e un’officina meccanica )raggiungeva la sua famiglia alla  Bertolina tutte le sere o quasi.

Fu un inverno freddo e la neve cadde così abbondante che più di una volta, la mattina, si dovette uscire dalla finestra per rendere agibile la porta d’ingresso e tracciare un sentiero fino in cima allo stradone.

I ragazzi più grandi andavano a scuola in paese, i più piccoli rimanevano a casa, ma per tutti quell’inverno trascorso in campagna fu un’occasione unica per sperimentare un ritmo di vita completamente diverso da quello cittadino, a contatto con la gente del paese e alle prese con giochi inusuali come quello di scivolare su rozzi assi di legno, enfaticamente chiamati sci, giù per la discesa.

Quando doveva svegliare i nipoti, la mattina presto, Pidrìn si divertiva a cantare, battendo rumorosamente le mani, una canzoncina che cominciava così: “Alla scuola va il bambino, va nei campi il contadino...” mentre da Cumìn, alla Bertolina, suonava “ra mustra”, una normale sveglia, di quelle rotonde di metallo coi due sonaglietti in cima, e bisognava alzarsi senza fare tante storie.

Motivi di irritazione Cumìn ne aveva già abbastanza: non ultimo la presenza del consuocero, verso il quale non aveva mai nutrito particolare simpatia.

In effetti i due personaggi erano troppo diversi per potersi intendere facilmente: a differenza di Cumìn, che in vita sua non aveva fatto altro che lavorare, lo zio Carlo -così lo chiamavano- si può dire che non conoscesse il significato di questa parola.

Di famiglia nobile, era stato ritirato dall’istituto di suore che frequentava perchè i loro metodi erano stati giudicati troppo rudi ed era stato istruito privatamente da un precettore.

Dopo il matrimonio si era stabilito a Genova; aveva acquistato un negozio di vini,  che faceva gestire da dipendenti, ed era riuscito a vivere di rendita, dissipando lentamente tutto il patrimonio di famiglia, mettendo al mondo nove figli e cambiando, nel corso della sua vita, ben ventisette abitazioni.

Rimasto vedovo, lo zio Carlo si era stabilito a casa di Paolo e Dolorina, che lo trattavano con grande rispetto; era un bel vecchio, distinto, coi capelli bianchi e un vezzo tutto particolare: quello di cantare, ad alta voce, tutti i pomeriggi alla stessa ora, in camera sua, i salmi.

Cumìn ascoltava, poi alzava gli occhi verso il soffitto da cui proveniva quel suono ineluttabile e fastidioso e borbottava, gettando indietro la testa con un gesto secco e stizzoso: “Canta, canta!” oppure esclamava “Cribbio!”, che era una versione aggiornata del “Crispoli!” di suo nonno Domenico.

Pare che il giorno della sua morte, appena finito di salmodiare, lo zio Carlo abbia annunciato: “Alle otto di questa sera  non ci sarò più”, si sia lavato, vestito da festa e adagiato compostamente sul letto, per morire, effettivamente, poco dopo.

Cumìn non immaginava certo che l’avrebbe seguito a distanza di pochi anni, nell’estate del ‘47.

Maria Rosa , ultimogenita di Dolorina, ed io, nate nell’estate del ‘45, non ne serbiamo,  purtroppo , alcun ricordo, come pure Riccardo, ultimogenito di Albertina , e Elda, unica figlia di Aldo, entrambi nati all’inizio degli anni Cinquanta.

C’è però una bella fotografia di quegli ultimi anni, che ritrae Cumìn e Annetta in una posa particolare, al centro dell’aia: lei è seduta su una sedia e lui le sta accanto, in piedi, col vestito della domenica e tanto di farfallino al collo.

Doveva essere di moda, quella posa, perchè la ritroviamo identica in una foto di qualche anno più tardi, che ritrae Pidrìn e Marietta al Moro.

Alla fine della guerra si decise che era tempo di sciogliere anche il secondo voto fatto da Maria quando Pino era in Russia, ma, non si sa se in buona o cattiva fede, ci si dimenticò che l’impegno preso era di andare a piedi, fino al santuario della Madonna delle Rocche, e si optò per il camioncino di Pidrìn.

Il mezzo non era dei più sicuri: non molto tempo prima, di notte, gli si era improvvisamente fulminato l’impianto elettrico e Pidrìn, arrivato non si sa come a casa, aveva inveito: “A l’è sciupà tut: fanal, fanalin, mesa lus e clacson!” (“E’ saltato tutto: abbaglianti, mezzi fari, luci di posizione e clacson!”)

Quel giorno sembrava tutto in ordine e, all’andata, non ci furono problemi, ma al ritorno, circa a metà strada, il motore cominciò a tossicchiare e poi non diede più segni di vita.

Pidrìn rimase al volante, mentre Olga, Marietta e Maria scesero a spingere, pronte a risalire appena il motore si fosse rimesso in moto.

Così avvenne, ma non una volta sola, purtroppo, finchè neanche le spinte ebbero più effetto e tutto tacque: le tre donne erano esauste e nessuno osava dire quello che tutti pensavano, finchè Pidrìn sbottò: “ A bsognava avnì a pè; suma stac castigà!” (“Bisognava venire a piedi; siamo stati castigati!”) e a piedi tornarono fino a casa, convinti di star espiando, con una giusta punizione, la loro mancata promessa.

Il camioncino rosso e giallo finì in disgrazia e Pidrìn preferì farsi trasportare dalla nuora sulla sua 509, che era stata a suo tempo acquistata per duemila lire , o dal genero che, le automobili, addirittura le vendeva.

Ci resta una foto curiosa in cui, sull’aia della Bertolina, fanno bella mostra di sè, parcheggiate a pettine, ben tre automobili: segno che i tempi stavano cambiando e si godeva di un notevole benessere.

Chi, come Angelo, era partito da quella cascina ancora quasi bambino, con la terza elementare e qualche centesimo in tasca, poteva essere orgoglioso di esservi tornato in automobile, sapendo scrivere e parlare nel più corretto italiano.

E pensare che Annetta, quando qualcuno le aveva detto che suo figlio Giulìn, da militare, aveva persino  imparato a guidare gli aerei, aveva risposto: “A l’è nent veira”  (“Non è vero”).      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: bertolina45 a 21:55 | link | commenti (17)

La Bertolina e il Moro (sedicesima e ultima puntata)

(Ho deciso di postare la rimanente parte -la prima- del libro tutta in una volta perchè non penso potrò dedicare tempo al blog prossimamente. Vi ringrazio tutti per avermi seguito fin qui e vi abbraccio forte, con la speranza di rifarmi viva presto.
bertolina)

                                                           ---------------------------------------------------

 

Gli orrori della guerra, che avevano sconvolto Cichìn durante la campagna di Libia, nelle sue lettere a  

Piera non compaiono.

Eccone alcuni brani.

 

 

 

 

 

 

Tobruk, 7-10-1935

 

 

 

Cara sorella,

 

la tua non mi è giunta inaspettata: ci conosciamo troppo bene noi due. La leggo spesse volte e tutte le volte mi viene il nodo alla gola.

 

Quando il cuore parla al cuore non può essere diversamente.

 

I miei nipotini poi li ho sempre davanti agli occhi. D’altra parte searebbe impossibile diversamente perchè sono tutt’uno coi miei figli! Le fotografie loro e di tutti voi le ho sempre con me e non passa giorno senza che debba guardarle!

 

Presto ve ne manderò poi qualcuna delle mie. Chissà come mi troverete! Qui dicono che mi sono irrobustito di più e che sono forte come un cannone. Tra i miei colleghi sono forse davvero il più ben messo!

 

Sto tutto il giorno in camicia e sono nero come un carbone. Si vede che il sole africano mi fa bene!

 

I soldati e specialmente gli arabi, militari e borghesi, mi rispettano e mi temono perchè certamente devo sempre avere un viso molto  severo. Gli eritrei (abbiamo molti ascari) ancora di più perchè loro sono timidi per natura.

 

Dai superiori sono molto ben visto e non ho da lamentarmi di nulla.

 

Quaggiù penso ancora di più allo zio Cichìn che forse proprio qui ha combattuto.

 

Saluti e baci a tutti, in particolare alla mamma.

 

                                                                                         Pino

 

 

 

 

 

 

 

Tobruk, 8-10-1935

 

 

 

Caro Piergiacomo,

 

mi viene in mente che quest’anno devi andare a scuola e che forse da qualche giorno hai già cominciato.

 

Io dovevo comprarti l’astuccio per la penna, la gomma e la matita, ma non ho potuto perchè sono andato a soldato. Te lo comprerà la zia Maria, vero?

 

Quando poi sei capace a scrivere bene mi mandi una cartolina, siamo d’accordo? Non scrivere però la parola asino se no io piango.

 

Qui ci sono tanti bambini alti come te e Roberto che sono neri neri. Non vanno a scuola, sono sporchi, non si lavano mai e stanno tutto il giorno in mezzo alla strada.

 

Voi invece dovete essere sempre buoni.

 

Saluta tanto la mamma e il papà, la nonna Maria, il nonno Pietro e dai un pizzicotto a zia Olga.

 

                                                                        

 

 

 

 

 

 

 

Daghen, 25-2 1936, XIV

 

 

 

Cara sorella ,

ecco un’occasione, che sfrutto subito, per scriverti.

 

Mi trovo col mio capitano a Quihè per delle commissioni al comando del primo corpo d’armata.

 

Vi è un’ora da aspettare e mentre lui con la balilla va in giro io cerco di raccogliermi un po’ e nel tuo nome comunicare con voi tutti. Una lettera a te era il mio debito più assillante. Eppure, voi penserete che io esageri, non ne ho mai avuto il tempo.

 

La vita scomoda che conduciamo non ci consente, nelle ore libere dal servizio, di evadere i bisogni e i desideri che ci sono abituali. I ritagli di tempo si adoperano per mangiare e per dormire...e ne ha molto discapito anche la nostra pulizia personale.

 

Gli scritti così riescono sempre affrettati e nervosi.

 

Ora poi in tutti i reparti serpeggiano l’attesa e i preparativi per la partenza. Altre terre si sono aggiunte alle vecchie ed occorre occuparle. Uno per volta si parte tutti e quanto prima in camion si marcerà trionfalmente sino ad Addis Abeba...Se questo avverrà passeremo nuovamente le vacanze estive assieme, al Moro!

 

Dunaue io ho già avuto tre tue care, che, benchè attese, in parte mi sono giunte inaspettate, graditissime e apportatrici di bene e immenso conforto. Il ricordo, l’affetto, la corrispondenza e la vicinanza dei nostri cari sono le munizioni che più hanno valore in questa, più che altro faticosa, guerra.

 

Il governo però fa di tutto per alleviare materialmente ogni disagio. Al soldato giornalmente non manca il conforto del latte, del vino, del cognac e della marmellata. Noi come ufficiali stiamo meglio ancora.

 

Certo che questo ingoiare giornalmente roba scatolata porterà le sue conseguenze. Verdura e frutta fresca neanche l’ombra..

 

Gli occhi poi non vedono altro che montagne, pietre e prati ravvivati dal traffico (specie dove mi trovo io) degli aeroplani, camion, muli, cammelli, asini, cannoni, soldati bianchi e neri, motociclisti porta ordini che filano come centauri in mezzo al polverone continuo.

 

A tenere compagnia a tutto questo movimento della guerra  locale non vi è altro che il contemplare estatico di qualche abissino che seduto su qualche promontorio avviluppato nel suo sciamma sta immobile per delle ore a seguire tutto l’andirivieni ed il volo placido e calmo di un’infinità di uccellacci (corvi, aquile, avvoltoi, condor) che di tanto in tanto scendono  a lacerare  le carogne di cammelli e muli che si trovano in ogni luogo.

 

Se ci si astrae da tutto questo si ha l’impressione di un qualcosa di grandioso e di immenso tanto si resta colpiti dai larghi tratti coi quali la natura ha delineato questi siti.

 

Monti , affatto diversi dai nostri, di un’imponenza mai vista, vallate perdentesi a vista d’occhio, il tutto contornato da un’atmosfera che ha un certo che di estatico che ti colpisce profondamente.

 

I pochi abitanti , con le loro capanne, che si vedono solo facendo uno sforzo di volontà, non dovevano disturbare affatto questo paesaggio semiapocalittico ed il silenzio e la calma che vi regnavano dovevano essere semplicemente spettacolosi.

 

Ora tutto è finito. Migliaia di camion corrono giorno e notte facendo rombare coi loro possenti motori le susseguentesi vallate, decine di migliaia di operai lavorano febbrilmente lungo le strade che  belle e grandiose salgono e scendono arditamente i presuntuosi monti senza cima; infinite colonne di soldati percorrono, camminando sempre verso il fronte, col canto e il sorriso sulla bocca, le contrade che quanto prima cominceranno anche loro a vivere la vita della civiltà e di quello che c’era prima di questo luogo potrà farsi un concetto solo la fantasia di qualche estroso romantico o poeta...

 

Ecco i siti in cui vive tuo fratello...

 

Mi viene naturale la considerazione che tutta l’Africa debba avere questo senso di grandiosità in ogni sua parte.La Cirenaica, pur nella sua sostanziale differenza, faceva fare al mio spirito le stesse considerazioni.

 

Io sono qui come sperduto in mezzo alla mia solitudine o in mezzo alla baraonda più grande a seconda del punto di vista con cui si considera la mia posizione, mentre voi vivete sempre la vita che da qui io intravvedo e materializzo come una ruota che col suo girare continuo non permette un attimo di sosta... Pensieri, fatica, dolori, ansie, intoppi, contrarietà che si susseguono continuamente...

 

Tu come me ricevi da ognuna di queste sensazioni un contraccolpo maggiore di quello che avviene in generale e il tuo cuore sensibile ne ha delle ripercussioni più forti che fanno sentire maggiormente la pena o la gioia che ne derivano.

 

Vorrei esserti di aiuto, vorrei dirti, come dico sempre anche a Maria, di essere serena. Non è poi tutto così nero, attorno a noi, come pensiamo che sia.

 

Mandami sempre buone notizie del papà, della salute di tutti e tua in particolare.So che voi tutti siete in pena per me. Maria in particolare modo vedo che vive una vita agitatissima e ciò mi addolora molto.

 

Io in contraccambio  sto benissimo. Il vento, che c’è quasi sempre, non mi procura più mal di stomaco; la polvere, sua compagna, non mi fa arrossire gli occhi, le fatiche non le sento; il lettino mi sembra soffice e quel che più conta il mio spirito è forte e mai come ora mi sono sentito padrone di me stesso e quando il mio pensiero si rivolge al cielo lo faccio con maggior devozione e con una persuasione sempre più profonda.

 

Abbiti il mio saluto e scrivimi sempre.

 

                                                                                       Pino

 

<